Siamo la squadriglia Leonesse del reparto “Sirio”del gruppo scout “Ceglie Messapica 1” e quello che stiamo per raccontarvi è un momento speciale del nostro cammino: la missione. Questa attività fa parte del percorso per conquistare la specialità di squadriglia di artigianato e ci ha permesso di scoprire meglio il nostro territorio e imparare nuove tecniche creative. La missione prevedeva un’indagine sulle attività artigianali presenti a Ceglie Messapica: abbiamo incontrato artigiani, fatto delle interviste come vere giornaliste e chiesto a uno di loro di insegnarci la sua tecnica per realizzare i suoi prodotti.
La passione come lavoro: Anna Tanzarella e l’arte delle sue creazioni
La prima artigiana che abbiamo incontrato durante la nostra missione è stata Anna Tanzarella, proprietaria del negozio Il Punto Antico, situato nel cuore di Ceglie Messapica. Nel suo negozio, la signora Anna vende creazioni realizzate con tessuti lavorati a telaio, come tovaglie, cuscini e ricami finissimi. Durante l’intervista, ci ha raccontato che ha imparato tutto da autodidatta, spinta dalla passione per questo mestiere.
“Quando una cosa ti piace davvero — ci ha detto — la fai con passione, senza che nessuno te lo imponga.” Ci ha spiegato anche il processo con cui realizza le sue opere: tutto inizia da un semplice pezzo di stoffa, su cui viene tracciato un disegno a mano. Da lì, si procede con tecniche di ricamo o con la sfilatura dei fili, per creare decorazioni eleganti e uniche. Per lei, tutto nasce in modo spontaneo e creativo, senza seguire per forza schemi precisi. Ci ha confidato che il suo negozio è nato quasi per gioco, circa 15 anni fa, ma oggi rappresenta una parte fondamentale della sua vita. “Amo il mio lavoro — ha detto con emozione — senza di lui non riuscirei a stare.”
Un viaggio tra le mani che modellano: Emilio Postorino e l’arte della ceramica
Il secondo artigiano che abbiamo incontrato è Emilio Postorino, fondatore del laboratorio Nuda e Cruda Terra, attivo dal 1988. Nel suo spazio creativo, Emilio realizza ceramiche artistiche e oggetti in argilla modellati anche con il tornio, proprio come nella celebre scena del film Ghost. Oltre alla produzione artistica, si occupa anche di abbellire case ed esterni, trasformando gli ambienti con opere uniche. Durante la visita ci ha accompagnate nel suo laboratorio e ci ha mostrato un’opera in corso: un albero secolare di ulivo in argilla, ancora da completare nei dettagli. Emilio ci ha raccontato di aver studiato presso l’Istituto Statale d’Arte, specializzandosi in ceramica, e di aver proseguito il suo percorso formativo all’Accademia delle Belle Arti di Firenze. Ci ha spiegato anche il processo di cottura delle sue creazioni: ogni pezzo realizzato a mano viene prima cotto a 970 gradi, diventando un “biscotto” di color terracotta.
Dopo questa prima cottura, l’oggetto viene smaltato, decorato e nuovamente cotto a 940 gradi per circa 8-9 ore, a seconda della quantità di materiale nel forno. Solo dopo il raffreddamento le ceramiche vengono esposte nella sala mostra del laboratorio. Il laboratorio è affiliato alla Scuola Professionale d’Arte, una scuola privata che organizza progetti educativi nelle scuole e nelle associazioni. Uno di questi progetti è stato realizzato con l’associazione cegliese UNI3 (Università della Terza Età), che ha collaborato con Emilio per creare una vetrina artistica dedicata alla partenza del Giro d’Italia nella nostra città. Quando gli abbiamo chiesto come trasmettere quest’arte ai giovani, Emilio ci ha risposto che preferisce un approccio pratico e libero, che definisce “una passeggiata”: un percorso in cui il ragazzo si sente a proprio agio e riesce a trasformare le idee che ha dentro in creazioni reali. Con orgoglio ci ha raccontato che alcuni dei ragazzi a cui ha insegnato oggi sono diventati suoi colleghi. Infine ci ha spiegato il significato del nome del suo laboratorio: Nuda e Cruda Terra. L’argilla, infatti, si trova nel sottosuolo in uno stato grezzo — “nuda e cruda” — e attraverso la lavorazione e la cottura diventa un’opera d’arte. È da questa trasformazione che nasce l’intero spirito del suo lavoro.
L’arte come dono e memoria: l’incontro con Bianca Rodio e Lucia Suma
La terza tappa del nostro percorso ci ha portate a conoscere Bianca Rodio, proprietaria della Bottega d’Arte a Ceglie Messapica. Bianca si definisce principalmente pittrice, ma si descrive anche come una “tuttologa” perché si dedica anche all’uncinetto, ai ferri e al ricamo. Parlando della pittura, ci ha raccontato che per lei rappresenta un distacco dai problemi della vita, un modo per sentirsi in un’altra dimensione. I colori, dice, sono ciò che la rilassa di più. Secondo lei, la pittura nasce dall’animo e dalla sensibilità che ognuno porta dentro e può iniziare anche da un semplice pezzo di giornale, dove mettere per iscritto le proprie emozioni. Bianca ci ha raccontato che ha cominciato a dipingere alle scuole elementari copiando ciò che vedeva intorno a sé, e da lì ha iniziato a coltivare la sua passione. Ha affermato con convinzione che ognuno di noi ha un dono, anche se non tutti decidono di seguirlo. Secondo lei, non servono soldi per coltivare un talento: serve solo voglia e determinazione. Ha condiviso con noi un pezzo della sua storia personale: da ragazza non aveva molte possibilità economiche, ma sentiva dentro di sé un “fuoco” che l’ha spinta a creare comunque, partendo anche solo da un giornale bianco per arrivare alla sua prima tavola dipinta.
Quando le abbiamo chiesto quali siano le sfide di lavorare in una piccola città, ci ha risposto che la vera difficoltà è valorizzare ciò che si fa, rendendolo visibile e significativo per tutti. Ha detto che vorrebbe, ad esempio, realizzare un’opera su un muro della città per attirare l’attenzione dei passanti e risvegliare in loro la curiosità verso l’arte. Nella stessa bottega, abbiamo intervistato anche Lucia Suma, ex maestra della scuola dell’infanzia, con una grande passione per uncinetto, ferri e ricamo. Lucia ci ha raccontato che ha imparato queste tecniche fin da bambina, perché in passato erano abilità fondamentali in casa quando i genitori lavoravano nei campi. Inizialmente avrebbe voluto giocare in strada ma fu quasi “costretta” ad apprendere questi lavori. Col tempo, però, si è appassionata, perché le dava soddisfazione realizzarsi i vestiti da sola e sentirsi fiera di sé. Successivamente abbiamo proseguito l’intervista con entrambe, e abbiamo chiesto loro da dove prendono ispirazione per le loro creazioni. Ci hanno risposto che trovano spunti nel loro vissuto e spesso partono da oggetti antichi trovati in casa, che reinterpretano e trasformano in nuove opere. Bianca ci ha confidato che ha aperto la Bottega d’Arte per realizzare un sogno coltivato durante gli anni di lavoro: quello di, una volta in pensione, tramandare ai giovani le arti di una volta, che oggi si stanno perdendo. Infine, Bianca ci ha mostrato uno dei suoi quadri più particolari: inizialmente sembrava rappresentare un uccello che porta il cibo ai suoi piccoli nel nido, ma ruotando il quadro di 180 gradi, abbiamo scoperto un’altra immagine nascosta: Gesù con la corona di spine. Un’opera che, come lei stessa ci ha spiegato, rappresenta la forza simbolica e spirituale che può nascere da un semplice gesto artistico.
Tradizione e creatività: l’incontro con l’associazione “Ceglie: arte e cultura nel tempo”
Abbiamo avuto l’occasione di intervistare alcune componenti dell’associazione “Ceglie: arte e cultura nel tempo”, una vera e propria scuola dell’artigianato tradizionale, fondata da quattro maestre, ognuna specializzata in una diversa tecnica artistica: sartoria, merletto a tombolo e danza dei fuselli, ricamo, chiacchierino e gioielli, e uncinetto. Durante la nostra visita, abbiamo conosciuto tre delle quattro fondatrici, e la prima domanda che abbiamo rivolto a ciascuna è stata: come è nata la vostra passione? La maestra di sartoria, la signora Lina, ci ha raccontato che, purtroppo, dopo le scuole medie, la sua famiglia non poteva permettersi di farla continuare a studiare, così, seguendo il consiglio della madre, ha frequentato un corso di taglio e cucito. Da allora, ci ha detto, “ho l’ago in mano da quando avevo 16 anni”. Oggi è sarta a tempo pieno, ha insegnato a lungo in corsi di sartoria e partecipa con entusiasmo a questa scuola per trasmettere il suo mestiere. La maestra di merletto a tombolo e danza dei fuselli, la signora Donatella ci ha spiegato che per lei questa arte è legata all’idea di movimento, come nel futurismo. I movimenti dei fuselli creano in lei una vera e propria danza meditativa. Ha imparato osservando una signora che lavorava questa tecnica, e da allora non ha più smesso: “sono passati più di 40 anni”, ci ha detto con orgoglio. Infine, la maestra di ricamo, chiacchierino e creazione di gioielli, la signora Rosa, ci ha raccontato che ha iniziato a 9 anni, quando la madre la portò da Maria Carlucci, una storica ricamatrice di Ceglie.
Più tardi ha imparato il chiacchierino da una suora. Prima di dedicarsi a tempo pieno a queste arti, ha gestito per molti anni un’erboristeria, ma una volta in pensione ha deciso di riprendere e tramandare questa passione. Le tre maestre ci hanno spiegato che l’associazione è nata quattro anni fa, quando loro quattro, amiche e artigiane, hanno deciso di unirsi. Inizialmente hanno organizzato una mostra al Castello Ducale, dove hanno esposto le loro creazioni e successivamente hanno presentato un progetto al Comune, che ha assegnato loro un locale dove oggi si tengono i laboratori. In questi spazi trasmettono le loro tecniche a bambini, ragazzi e adulti che vogliono imparare, con l’obiettivo di non perdere un patrimonio artigianale ricco di storia e identità. Quando abbiamo chiesto come intendono trasmettere queste tradizioni alle nuove generazioni ci hanno risposto che proprio questo è lo scopo dell’associazione: insegnare, con pazienza e passione, non solo ai giovani ma anche agli adulti, per salvare e rinnovare le tecniche che hanno segnato la loro vita. Alla domanda su dove trovano ispirazione ci hanno risposto che nei loro lavori c’è sempre molta fantasia: spesso partono da un’idea propria, ma prendono anche spunto dalle sfilate di moda e dalle tendenze attuali, sempre senza dimenticare l’antico, perché – come ci hanno detto – “il vecchio si sposa bene con il moderno”. Durante l’incontro ci hanno anche insegnato una tecnica: la realizzazione del pot-pourri profumato. Si tratta di piccoli oggetti di stoffa riempiti di lavanda o altre essenze, da utilizzare per profumare cassetti o ambienti. Abbiamo realizzato sei farfalle profumate usando tessuti leggeri di diversi colori. Dopo aver ritagliato due cerchi di diversa grandezza per ogni farfalla, li abbiamo piegati a metà e imbastiti, poi cuciti a macchina, lasciando una piccola apertura. Dopo aver rivoltato il tessuto abbiamo inserito la lavanda all’interno e chiuso il foro a mano. A questo punto abbiamo sovrapposto i due mezzi cerchi (quello più piccolo sotto, quello grande sopra) e legato al centro un nastrino per dare la forma della farfalla. Con lo stesso metodo, da un tessuto decorato con un cuore stampato, abbiamo ritagliato il cuore e un altro pezzo di stoffa della stessa misura. Dopo averli cuciti come le farfalle abbiamo inserito la lavanda e richiuso a mano il buco. Siamo tornate a casa con sei farfalle, un cuore profumato e una nuova tecnica imparata, ma soprattutto con un ricordo vivo di un’esperienza preziosa, fatta di arte, memoria e condivisione.
Lo spumone e la tradizione: l’incontro con Francesco Molentino del Bar Roma
Durante il nostro percorso, abbiamo intervistato Francesco Molentino, proprietario dello storico Bar Roma, in attività dal 1911. Francesco ci ha raccontato con orgoglio che il bar è stato gestito prima da suo padre, il quale lo aveva acquistato insieme al fratello quasi sessant’anni fa. Fin da piccolo, Francesco osservava il padre lavorare nel bar e, con il tempo, ha imparato l’arte del gelato artigianale, che oggi continua a produrre con passione. Gli abbiamo chiesto come pensa di trasmettere questa tradizione alle nuove generazioni e lui ci ha risposto con realismo che non è facile, perché non tutti i giovani sono disposti a diventare artigiani gelatai: è un mestiere che richiede dedizione, pazienza e amore per il dettaglio. Durante l’incontro gli abbiamo chiesto di insegnarci a fare lo spumone, un dolce tipico interamente realizzato con il gelato. Francesco ci ha prima mostrato come lo prepara lui, poi ci ha guidato nel farne uno con le nostre mani. Prima di iniziare, ci ha mostrato i contenitori moderni che si usano oggi per lo spumone: sono semplici contenitori di plastica, che il cliente può portare a casa e poi buttare via.
Una volta, invece, lo spumone veniva servito in contenitori di acciaio che dovevano essere restituiti al venditore dopo l’uso. Francesco ci ha fatto preparare i nostri spumoni proprio in questi contenitori tradizionali. Il vero spumone tradizionale, ci ha spiegato, è composto da strati di gelato artigianale con gusti ben precisi: nocciola, vaniglia, cioccolato, fiordilatte con canditi e, al centro, un pezzo di pan di Spagna imbevuto di alchermes, un liquore rosso aromatico. Il contenitore ha una forma simile a una mezza sfera o una conca, e la preparazione avviene in diversi passaggi: 1. Si inizia scegliendo uno tra i gusti nocciola o vaniglia, che viene distribuito lungo le pareti interne e sul fondo del contenitore, formando una sorta di conca interna. 2. In questa conca si inseriscono gli altri gusti: cioccolato, fiordilatte con canditi e infine il pan di Spagna bagnato con alchermes. 3. Il tutto viene poi chiuso con il gusto opposto a quello usato all’inizio (se si è iniziato con la nocciola, si chiude con la vaniglia e viceversa). Dopo aver assistito alla dimostrazione ci siamo lavate accuratamente le mani e abbiamo realizzato sei spumoni con le nostre mani seguendo tutti i passaggi spiegati da Francesco. Siamo tornate a casa con sei spumoni pronti da gustare e con una nuova tecnica appresa che unisce tradizione, sapore e passione artigiana.
Conclusione: un viaggio che ci ha cambiati
Durante questo percorso alla scoperta degli artigiani di Ceglie Messapica, abbiamo imparato molto più di quello che ci aspettavamo. Non abbiamo soltanto ascoltato racconti o osservato mestieri: abbiamo messo le mani in pasta, cucito, annusato, modellato, assaggiato e soprattutto riflettuto. Abbiamo capito che dietro ogni oggetto fatto a mano c’è una storia lunga, spesso familiare, fatta di pazienza e amore. Che un mestiere artigianale non è solo tecnica, ma anche identità, cultura, memoria.
Che imparare un’arte significa anche imparare il rispetto per il tempo, per i materiali e per le persone. Ci siamo resi conto che queste arti non devono scomparire, perché rappresentano il cuore del nostro territorio. E se oggi molti giovani sembrano poco interessati a queste tradizioni, noi abbiamo scoperto che solo vivendole da vicino si può comprenderne davvero il valore. Portiamo con noi le parole delle maestre dell’associazione, le mani esperte del signor Francesco, il profumo della lavanda, il sapore del gelato, il suono del telaio e del martello del fabbro. Ma soprattutto portiamo con noi una nuova consapevolezza: conservare e valorizzare l’artigianato è una missione possibile, e noi vogliamo farne parte.





