Oggi, anche, Ceglie Messapica ha celebrato la Liberazione, una ricorrenza che dovrebbe richiamare i valori della partecipazione consapevole e della dignità democratica. Eppure, osservando la composizione delle liste depositate a trenta giorni esatti dal voto del 24 e 25 maggio, la sensazione è che la politica locale abbia smarrito la sua bussola morale. La libertà conquistata ottant’anni fa sembra oggi ridotta a un mero calcolo aritmetico, dove il bene comune è declassato a slogan pubblicitario e la coerenza è un lusso che nessuno sembra potersi più permettere.
Il dato politico più eclatante di questa tornata elettorale è l’evaporazione definitiva della distinzione tra maggioranza e opposizione. Quando il candidato sindaco che cinque anni fa guidava lo schieramento di centrosinistra si ritrova oggi nelle file della corazzata di centrodestra, si assiste alla morte della dialettica democratica. Ma sarebbe un errore derubricare questo “salto della quaglia” a semplice ambizione personale. Questo “travaso” è il frutto delle scelte sbagliate di un centrosinistra che, per incapacità di costruire e formare una propria classe dirigente, preferisce pescare ciclicamente dalla società civile. Senza un’identità solida, la coalizione finisce per essere un guscio vuoto che non costruisce nulla, lasciando che i suoi protagonisti di ieri diventino i gregari del nemico di oggi. In questo scenario, le sei liste schierate dal sindaco uscente, Angelo Palmisano, non appaiono come un progetto corale, ma come un’armata di “portatori di voti” strutturata per blindare il consenso.
C’è poi un abisso incolmabile tra la politica reale e quella dei pixel. Mentre i candidati si sfidano in una gara di popolarità a colpi di like su Facebook — dimenticando che il consenso digitale è una bolla che non risponde ai bisogni concreti delle periferie — la cronaca irrompe con la sua faccia più oscura. La rinuncia forzata di un assessore uscente, destinatario di minacce anonime, è un vulnus che dovrebbe imporre il silenzio e la riflessione. Quando la violenza sotterranea condiziona la formazione delle liste, è la democrazia stessa a essere sotto scacco. Eppure, il circo elettorale prosegue indisturbato, preferendo il clamore di una diretta social all’analisi di un clima che si è fatto tossico.
La candidatura di Rocco Casalino nelle file del Movimento 5 Stelle, poi, sposta inevitabilmente i riflettori: ci si chiede se la sua presenza serva a dare voce ai temi della città o se sia piuttosto un’operazione di comunicazione volta a trasformare il Consiglio Comunale in un set permanente. Il rischio è che la sostanza dei problemi locali anneghi nel rumore di fondo di una politica spettacolo dove l’apparenza conta più della conoscenza del territorio.
In questo mercato delle tessere, le donne continuano a essere relegate a un ruolo di contorno, funzionali a un’estetica del rinnovamento che non trova riscontro nei fatti. Da un lato si punta sul profilo civico di Agata Scarafilo per offrire un volto rassicurante a una coalizione che ha appena finito di isolare Isabella Vitale, l’unica figura che per cinque anni ha sostenuto con coerenza il peso dell’opposizione. Dall’altro, si assiste al paradosso del centrodestra, dove Luigi Caroli — dopo aver tentato di affossare il “suo” sindaco — si candida al suo fianco in una sorta di sorveglianza speciale. In entrambi i casi, il soggetto femminile è usato come paravento o sacrificato sull’altare di equilibri gestiti interamente da una vecchia guardia maschile che non intende cedere un millimetro di sovranità.
Il rischio è che il 24 e il 25 maggio il primo partito della città non abbia un nome o un simbolo, ma sia quello del “non voto”. Il cittadino che osserva il trasformismo di chi cambia casacca, l’uso strumentale delle candidature femminili e la vacuità di programmi che sono spesso semplici “copia e incolla”, si sente un estraneo. Se la politica rinuncia alla propria dignità per diventare pura aritmetica di preferenze, l’elettore rinuncia alla scheda.
In questo 25 aprile, la città ha bisogno di una nuova forma di liberazione: quella dai signori delle tessere e dai mercanti di voti. La democrazia non è uno scontro tra algoritmi e non si esaurisce in una posa fotografica. Se non si torna a distinguere chiaramente la visione di chi governa da quella di chi si oppone, se non si restituisce dignità alla militanza e autonomia alle donne, la vittoria elettorale di maggio sarà solo una sterile occupazione di poltrone su una città sempre più sola. La libertà non è un like, è la pretesa di una politica che abbia ancora il coraggio della coerenza.
La Redazione di CeglieOggi.it