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Amati: San Raffaele di Ceglie… una vicenda scandalosa

da Redazione
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Il Governo Giorgia Meloni vuole impugnare la legge d’internalizzazione per fare un favore al senatore leghista Antonio Angelucci, fondatore nonché riferimento della Fondazione San Raffaele.
Ma si possono anteporre gli interessi economici e politici non guardando a Mattia (lo sfortunato ragazzo della mia città che mi ha fatto scoprire il caso) e di tanti altri malati e di Gioia (l’infermiera sottoposta a grande stress lavorativo e oggi gravemente disabile dopo un terribile incidente)? Ma perché stiamo raggiungendo questo livello di crudeltà, di disumanità e insensibilità? Per qualche decina di milioni si può fare tutto questo?

Ci è stato comunicato dall’ufficio legislativo del ministro leghista Calderoli il preannuncio d’impugnativa della legge regionale per internalizzare il servizio di riabilitazione intensiva del San Raffaele di Ceglie Messapica.
Una decisione fuori da ogni logica di fatto, di diritto e di contabilità pubblica, assunta da chi – il Governo – ci bacchetta continuamente per il mancato impegno sul potenziamento dei servizi e sugli sprechi, ma che in questo caso difende disservizi e sprechi. E perché in questo caso non valgono le solite bacchettate ministeriali?
La Regione e l’assessorato (onore ai dirigenti Montanaro, Nicastro, Caroli, Carbone, Memeo e ai loro funzionari) hanno risposto punto su punto (con abbondante documentazione e tutta a disposizione di chiunque volesse approfondire) alle obiezioni ripetitive e anche strumentali, ma i ministeri sembrano non voler capire, perché l’input politico è evidentemente quello d’impugnare per sabotare. Ma non ci riusciranno, perché sulla base di tutta la documentazione venuta fuori e di tutte le inadempienze accertate, il motivo dell’internalizzazione non insiste più sulla legge regionale ma sulla violazione sistematica di tutti i regolamenti vigenti, per cui chiunque non dovesse procedere a realizzare l’obiettivo d’internalizzazione si esporrebbe a dare ulteriore continuità all’eventuale reato di truffa aggravata (così come mi pare), oltre a tanti altri probabili reati in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro e in particolare quelli sanitari.
Ma per tutto ciò, per questi 24 anni di scandalosa accondiscendenza, mi sono già rivolto alla serietà umana e professionale del Procuratore della Repubblica di Brindisi e agli organismi di Polizia sanitaria (NAS), com’è mio dovere quando ho il sospetto che una qualsiasi condotta possa far ravvisare la necessità di deferire all’Autorità giudiziaria ogni verifica.
Purtroppo, chi sta ostacolando l’iniziativa di sanità pubblica che riguarda il Centro di Ceglie Messapica è accecato e non vede tante cose.
Non vede che la struttura è pubblica da sempre (dell’ospedale
Perrino di Brindisi), non è dunque una qualsiasi struttura convenzionata, gestita con una sperimentazione gestionale illegale (perché mai frutto di evidenza pubblica) da ventiquattro anni.
Non vede che il Centro eroga più prestazioni di quante ne sono state autorizzate per i singoli codici di prestazioni, anche per compensare (non pagandolo) il canone di locazione dovuto alla ASL, mettendo quindi in essere artifizi e raggiri per conseguire ingiusti profitti a danno degli enti pubblici interessati.
Non vede che il Centro eroga prestazioni diverse da quelle per cui sono autorizzati (day hospital), che probabilmente non c’entrano nulla con la riabilitazione intensiva. Non vede che le condizioni strutturali sono oltre ogni livello di decenza e che ci sono video, fotografie e documentazione (in mio possesso) di pazienti in gravi difficoltà e condizioni di degenza ai limiti del sopportabile.
Non vede che si usano materiali sanitari non appropriati, evidentemente per risparmiare.
Non vede che il personale (onore a loro e alla loro capacità di non perdere il cuore e la speranza) vive una condizione di grandissima sofferenza, con atteggiamenti d’imposizione e carichi di lavoro non degni di una struttura ospedaliera.
Non vede che tutti i direttori sanitari si sono dimessi, lo hanno fatto per non sentire i morsi della coscienza.
Non vede che il personale assunto spesso non corrisponde alle regole del setting assistenziale, e così facendo si mette a rischio la salute delle persone.
Non vede che non esiste in nessun Paese civile l’ipotesi di poter gestire una cosa pubblica per ventiquattro anni, senza alcuna selezione pubblica e senza alcuna norma che preveda una qualsiasi scadenza. Un abominio giuridico, insomma.
Spero che il Governo non accolga questa decisione fintamente tecnica d’impugnare, desista dall’intento e ci aiuti a fare in Puglia un grande centro di riabilitazione e risvegli; e in questo senso faccio appello a Raffaele Fitto e Alfredo Mantovano, affinché non prestino la loro opera e la loro intelligenza a questa scelta sciagurata.

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