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Vincenzo Gioia di Ceglie Messapica: soldato in Albania nel 1940 tra onore e sopravvivenza

La microstoria di un soldato italiano sul fronte greco-albanese: Vincenzo Gioia di Ceglie Messapica

da Redazione
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La storia del caporale maggiore Vincenzo Gioia

Tra le pieghe spesso dimenticate della Seconda guerra mondiale, emergono storie di uomini comuni, che nel caos del conflitto seppero distinguersi per coraggio, umanità e senso del dovere. Una di queste è la vicenda di Vincenzo Gioia, classe 1919, originario di Ceglie Messapica (Brindisi), protagonista suo malgrado di uno dei teatri più duri del conflitto: il fronte albanese. Intervista rilasciatami  il 26 dicembre 2005, dopo aver appreso della pubblicazione del mio libro “Altamura e la Caserma del 31° Reggimento Carri”/Schena Editore/Fasano/2000 e della storia narrata sul Col. Felice Trizio.

Congedato nel marzo 1939, Gioia fu richiamato alle armi nel febbraio 1940, destinato al 47° Reggimento Fanteria “Ferrara”, reparto decorato con la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Due giorni dopo la convocazione, partì dal porto di Bari diretto a Edda, in Albania. Era sotto il comando del colonnello Felice Trizio, figura leggendaria cui oggi è intitolata la caserma militare di Altamura.

Radiotelegrafista diplomato e dotato di grande spirito di osservazione, Gioia prestò giuramento all’arrivo e ricevette dal Colonnello parole che non avrebbe mai dimenticato:

“Questa è la pistola d’ordinanza. Uccidi chi vuole ucciderti. Offendi chi ti vuole offendere.”

Il fronte, la morte, la fame – morte del Sottoten. Angelo Cavallo

Il 14 novembre 1940, mentre il reparto riceveva rifornimenti in un momento di apparente tregua, il Sottotenente Angelo Cavallo venne ucciso da una raffica nemica. Gioia gli fu accanto nell’ultimo istante e ne raccolse i resti, deponendoli in una fossa creata da una precedente cannonata. “Un saluto tra uomini d’onore”, raccontò in seguito.

Sottoten. Angelo Cavallo

Quella notte, priva di ordini, la sua  compagnia si perse tra i monti, finendo in un burrone dove trascorsero ore al gelo e senza cibo. All’alba, stremati, si trascinarono fuori da quella trappola e trovarono rifugio in una casa abbandonata, dove uno di loro raccolse nel suo elmetto  un favo di miele, che venne condiviso. Un piccolo gesto di solidarietà che segnò la differenza tra la vita e la morte.

 Il cappellano, l’accusa e l’esecuzione – Poco dopo, un cappellano militare della Divisione Ferrara, intrappolato in una palude, anch’egli disperso, si unì al gruppo. Giunti infine al Comando, i soldati furono accusati — forse su segnalazione dello stesso cappellano  intimorito dalle provocanti  esternazioni degli alti ufficiali — di diserzione. Il Generale di Divisione ordinò una punizione esemplare: estrasse un nome a sorte e decretò l’esecuzione del soldato Giuseppe Paglialunga, pugliese. Fu formato un plotone, si sparò alla schiena. Agghiacciante il commento del Generale:

“Ne dovevano essere due, ma basta uno per dare l’esempio.”

Il corpo fu seppellito con le carcasse dei muli, senza nome né croce. Un ordine infame che suscitò la rabbia di chi realmente conosceva i fatti.

Il coraggio del Colonnello Felice Trizio – Quando i sopravvissuti furono portati al bunker del Col. Trizio, questi, appresa la vicenda, si scagliò contro il Generale con parole durissime:

“Generale dei miei co…ni, tu non capisci nulla di guerra. I miei uomini sono al fronte, stremati dal freddo e dalla fame. Non avevi alcun diritto di fucilarli.”

Quel giorno — 18 novembre 1940 — segnò un punto di rottura. Il reparto fu costretto a retrocedere e si attestò a Sella Radat, in Albania.

 La morte del comandante Col. F.  Trizio – Nel giugno del 1941, durante una giornata serena, il colonnello Trizio stava osservando le postazioni greche col binocolo, a pochi metri da Gioia.

Una bomba da mortaio lo colpì in pieno, facendo volare in aria parte del suo corpo. La gamba sinistra finì sulle spalle di Gioia. Molto probabilmente si era esposto in modo imprudente col suo binocolo.

In quel momento, Gioia raccolse i resti del comandante in una cassetta di munizioni, senza dire nulla per non disorientare i compagni. Fu solo qualche ora dopo che la notizia si diffuse: “Ragazzi, abbiamo perso il nostro comandante. Il nostro genitore.”

Fu un colpo durissimo per l’intero reparto.

 Prigionia e ritorno a casa – Dopo la morte di Trizio (le sue spoglie riposano nel Sacrario d’oltremare di Bari, e registrato nell’albo Medaglia d’oro, n.d.A.) il comando passò al Col. Francesco Imbriani. La Divisione Ferrara resistette fino a quando fu circondata dalle forze greche e tedesche. Ritiratosi verso il lago di Scutari, il Reparto fu attaccato dai partigiani montenegrini, che fecero precipitare gli autocarri nei burroni mirando alle ruote. Per tre giorni fu data “carta bianca” alle compagnie per reagire, ma la regina Elena del Montenegro implorò gli italiani di non infierire sul suo popolo. Tuttavia, l’autodifesa fu necessaria.

Gioia ottenne una licenza-premio di alcuni mesi, per poi essere nuovamente richiamato nel 225° Fanteria a Molfetta nel 1943. Dopo l’armistizio dell’8 settembre, fu fatto prigioniero dai tedeschi e deportato nel campo di concentramento di Dortmund (Lager 6/D). Vi rimase fino all’aprile 1945.

Dalla Germania, i prigionieri furono portati a Berlino, poi al Brennero, e infine a piedi — attraverso le Dolomiti —  giunsero   a Milano. Lì attese un mese per un biglietto ferroviario gratuito che lo riportasse a Brindisi.

 L’omaggio al compagno caduto Sottoten. Angelo Cavallo – Negli anni Ottanta, Vincenzo Gioia si rese protagonista di un gesto nobile: quando seppe che le spoglie del sottotenente Angelo Cavallo stavano per tornare a Francavilla Fontana (Brindisi), decise di esserci insieme alle Autorità. Comprò un bouquet di fiori, lo posò sulla bara e lasciò un biglietto:

“Signor Sottotenente, allora ti aiutai con le mie forze; oggi ti aiuto con i miei fiori.” L’ufficiale fu  decorato con Medaglia di Bronzo al Valor Militare (1943–1945), insignito di Croce al Merito di Guerra e Fregio di sbarco in Albania.

Vincenzo Gioia non riportò ferite fisiche, ma perse l’udito in modo cronico a causa delle cannonate. Visse il resto della sua vita in silenzio, senza cercare riflettori.  Questa storia l’affidò allo scrivente il 26 dicembre 2005, vent’anni fa. Un fatto di guerra, certo. Ma anche di fedeltà, solidarietà e umanità. Una pagina che merita di essere letta, ricordata e  tramandata alle future generazioni.

Fonte: www.corrierepl.it

 

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