Piazza Plebiscito torna a essere l’agorà, il termometro emotivo e politico di Ceglie Messapica. C’era la gente, c’era la curiosità delle grandi occasioni, c’era quell’elettricità tipica dei primi comizi. Eppure, spenti i riflettori e svuotata la piazza, la sensazione rimasta sul fondo è quella di un profondo vuoto programmatico. Una narrazione bidimensionale dove lo scontro personale ha cannibalizzato l’idea di futuro, lasciando i cittadini orfani di una visione seria di sviluppo economico, turistico, sociale e culturale, capace di agganciare i mutamenti globali.
Da una parte, la coalizione a quattro liste a sostegno di Agata Scarafilo ha scelto la via del fendente continuo. La candidata sindaca ha impostato il suo intervento su un binario di accuse frontali all’avversario, contestandone l’incapacità amministrativa. Ma la “tattica comunicativa” – se così si può chiamare – è scivolata in un’asprezza dai toni esasperati e dai volumi troppo alti, ricalcando il nervosismo già emerso nei confronti televisivi. Il risultato? Un’impressione di rabbia che ha finito per coprire i contenuti. Gridare il “cosa non va” non basta più se non si spiega, subito dopo, “cosa si vuole fare”. A non brillare è stata anche la prima linea dei sostenitori. Da Rocco Casalino ci si attendeva l’affondo strategico dell’uomo che ha sussurrato a Palazzo Chigi. Si è assistito, invece, a un revival nostalgico con l’elogio dell’amministrazione di Pietro Mita come acme della storia cittadina. Un’operazione di memoria selettiva che dimentica politicamente l’esperienza di Pietro Federico – espressione della società civile – e, soprattutto, ignora le beghe interne che in passato aprirono le porte al decennio e oltre della destra. Non è andata meglio con il consigliere regionale Tommaso Gioia, “unico difensore” di Ceglie a Bari (dimenticandosi predecessori del calibro di Mario Annese e dello stesso Pietro Mita) e della sanità brindisina. Peccato che, proprio, ieri il governatore pugliese Antonio Decaro deliberava l’innalzamento dell’aliquota Irpef per i pugliesi: una manovra necessaria a coprire il buco di bilancio della sanità ereditato dalla passata gestione di centrosinistra.
Dall’altro lato della piazza, le sei liste di Angelo Palmisano non hanno offerto maggiore slancio ideale. Il sindaco uscente si è trincerato nella difesa del proprio operato, mostrando però un preoccupante appiattimento delle idee. La sua proposta è apparsa schiacciata sulla pura gestione dell’esistente, priva di guizzi o di progetti a lungo termine. A dominare la postura del centrodestra è stata una “pace di comodo” sventolata dal palco: quella con il consigliere regionale Luigi Caroli. Una riconciliazione pubblica che sa di teatro politico, se si pensa che appena dieci giorni fa lo stesso Caroli lo aveva politicamente “scaricato” per un altro candidato, poi ritirato dopo l’intervento del segretario regionale. Una tregua armata che difficilmente scalda i cuori e che trasuda tatticismo elettorale più che unità di intenti. Quanto ai big nazionali, la presenza di Maurizio Gasparri è scivolata via nell’assoluta trasparenza: un discorso generico, intriso di retorica identitaria berlusconiana, sideralmente lontano dalle reali e quotidiane urgenze del territorio cegliese.
Se l’obiettivo del primo comizio in Piazza era tracciare la rotta per i prossimi cinque anni, la missione è fallita su entrambi i fronti. Da un lato il centrosinistra si rifugia nell’attacco urlato e nel trapassato remoto; dall’altro il centrodestra si barrica in una continuità senza slanci innovativi, schiava di geometrie di partito e di paci di mera convenienza. Resta l’istantanea di una classe dirigente locale che preferisce il vittimismo e l’accusa reciproca all’elaborazione di un programma moderno. Ceglie Messapica, con le sue enormi potenzialità, merita una sfida sul futuro. I bisogni della città meritano risposte non un teatro di attacchi personali e rancori privati che sottraggono spazio al dibattito pubblico.
L’editoriale di CeglieOggi

